21/02/2007
Storia del litio e del suo impiego in medicina ed in psichiatria (seconda ed ultima parte)
A cura di Giuseppe Ruffolo
John Cade (allora sconosciuto psichiatra australiano) lavorava, con i pochissimi mezzi che gli erano messi a disposizione, in un piccolo ospedale per pazienti psichiatrici cronici; la sua storia dimostra come le scoperte più straordinarie possano talora scaturire da ipotesi iniziali non del tutto corrette e da brillanti intuizioni successive. Cade identificò nell’urea la sostanza tossica responsabile di tale effetto e, nel tentativo di stabilire quanto l’acido urico influenzasse la tossicità dell’urea, somministrò ai porcellini d’india litio urato (il più solubile fra gli urati) unitamente ad una soluzione contenente urea. Successivamente, alfine di determinare se i sali di litio avessero di per se stessi un qualche effetto percettibile, iniettò carbonato di litio negli animali da esperimento osservando che essi, dopo circa due ore, seppur lucidi, apparivano fiacchi e poco responsivi agli stimoli, per poi riprendere la loro normale attività. Può essere ipotizzato che la “procurata” docilità dei porcellini d’india notata da Cade fosse stata dovuta all’effetto tossico dell’iniezione di litio carbonato tuttavia egli, sulla base del presunto effetto sedativo osservato, decise di intraprendere uno studio naturalistico con lo scopo di valutare quali fossero gli effetti del litio nei soggetti in fase maniacale. Il primo dei dieci pazienti maniaci selezionati da Cade era un uomo di 51 anni in uno stato d’eccitamento maniacale oramai cronico, refrattario alle terapie allora disponibili e destinato a rimanere nel reparto per cronici dove Cade stesso lavorava per tutto il resto della sua vita. Il trattamento con sali di litio venne iniziato il 29 Marzo del 1948; già dopo pochi giorni i risultati apparvero assolutamente sorprendenti oltre che inaspettati: il paziente era più stabile, meno disinibito, meno distraibile e meno aggressivo. I miglioramenti continuarono nelle settimane successive e furono tali da consentirgli in seguito di riprendere l’attività lavorativa che da anni aveva dovuto abbandonare. Cade rilevò risultati ugualmente favorevoli negli altri nove pazienti descritti nel suo, ormai storico, studio osservazionale. Il nostro racconto sul progressivo affermarsi del litio come terapia d’elezione della malattia maniaco-depressiva ci porta adesso a diverse migliaia di chilometri di distanza, dall’Australia, patria di Cade, all’Europa, in Danimarca. Era il 1951 quando un giovane e brillante ricercatore danese, Mogens Schou, rimasto colpito dalla pubblicazione di Cade sull’effetto antimaniacale del litio, decise di approfondire tale argomento ricorrendo a procedure improntate ad un maggior rigore scientifico. A tale scopo Schou concepì, in collaborazione con i suoi colleghi Strömgren, Juel-Nielsen e Voldby, una sperimentazione, parte in aperto e parte randomizzata e controllata verso placebo, sull’impiego del litio in pazienti maniacali; i risultati della ricerca confermarono pienamente e con solide basi scientifiche la correttezza di quanto Cade aveva osservato due anni prima. Tuttavia, come spesso accade, tutto ciò che è “novità”, discostandosi da quello che è il “sentire” prevalente, può faticare ad affermarsi. Mogens Schou inviò il suo manoscritto ad Eliot Slater, allora “assistant editor” del Journal of Mental Science (precursore del attuale Britisch Journal of Psychiatry) che non lo ritenne interessante per la pubblicazione in quanto l’impiego del litio in psichiatria era allora praticamente sconosciuto tuttavia, lo stesso Slater, gli suggerì di sottoporlo all’attenzione di una rivista disposta a pubblicare contributi meno “usuali”; l’articolo fu così inviato al Journal of Neurology, Neurosurgery and Psychiatry che lo pubblicò nel 1954. Nei dieci anni successivi Mogens Schou ed i suoi colleghi Alec Coppen, Nathan Kline e Sam Gershon impegnarono la maggior parte delle loro energie nella difficile battaglia volta a far “conoscere” e “riconoscere” il ruolo primario del litio nel trattamento degli episodi maniacali tuttavia, Nel corso degli anni ’60 del secolo scorso, indipendentemente l’uno dall’altro, Schou ed altri due psichiatri, Hartigan e Baastrup, notarono che il litio appariva dotato anche di un effetto profilattico sulle ricorrenze della malattia maniaco-depressiva. Baastrup e Schou decisero di riunire le loro forze e condussero il primo di una serie di studi che confermarono pienamente quelle iniziali, sporadiche, osservazioni. Dunque, il litio era sì efficace sul controllo degli episodi maniacali, ma era dotato anche di un effetto preventivo sulle ricadute, depressive, maniacali, ipomaniacali. Inutile sottolineare che queste osservazioni avevano il sapore di una vera e propria svolta nella cura della malattia maniaco-depressiva. L’ipotesi di Schou e Baastrup sull’efficacia profilattica del litio trovò tuttavia notevole resistenza alla diffusione fra gli psichiatri britannici; fra i più critici Michael Schepard secondo il quale il litio era “un pericoloso non senso”, un “mito terapeutico” basato su “affermazioni spurie” e su “seri difetti metodologici”. Le motivazioni di tali violenti attacchi furono forse dovute al fatto che la psichiatria britannica di quegli anni era dominata dalle teorie di Aubrey Lewis il quale non operava distinzione alcuna fra depressione psicogena ed endogena per cui è ipotizzabile che fra gli psichiatri britannici si fosse diffuso il timore che, se il litio fosse stato “raccomandato” nella terapia della depressione, il risultato sarebbe potuto essere una prescrizione troppo generalizzata che avrebbe potuto aumentare pericolosamente i rischi connessi alla sua potenziale tossicità (uno stigma, quest’ultimo che per la verità anche tuttora, seppur in parte, persiste). Dunque, anche questa volta, il percorso è stato lungo e difficile tuttavia, dopo molti anni, riconosciuti esperti nel campo dello studio della malattia maniaco-depressiva come Fred Goodwin e Kay Jamison (1990) hanno affermato che la scoperta della terapia profilattica con sali di litio ha rappresentato “uno dei più importanti progressi della psichiatria moderna”. Bibliografia Cade JF Schou M Schou M Baastrup PC, Schou M Blackwell B, Shepherd M Blackwell B Shepherd M Baastrup PC, Poulsen JC, Schou M, Thomsen K, Amdisen A. Shepherd M Goodwin F, Jamison KJ |
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